SCATTI DISTRATTI

Sei la mia schiavitù, sei la mia libertà

 Sei la mia schiavitù, sei la mia libertà

Sei la mia carne che brucia

Come la nuda carne delle notti d’estate

Sei la mia patria

Tu, con i riflessi verdi dei tuoi occhi

Tu, alta e vittoriosa

Sei la mia nostalgia

Di saperti inaccessibile

Nel momento stesso

In cui ti afferro.

 Nelle mie braccia tutta nuda

La città la sera e tu

Il tuo chiarore l’odore dei tuoi capelli

Si riflettono sul mio viso.

 Di chi è questo cuore che batte

Più forte delle voci e dell’ansito?

È tuo è della città è della notte

O forse è il mio cuore che batte forte?

 Dove finisce la notte

Dove comincia la città?

Dove finisce la città dove cominci tu?

Dove comincio e finisco io stesso?

 Il vento cala e se ne va

 Lo stesso vento non agita

Due volte lo stesso ramo di ciliegio

Gli uccelli cantano nell’albero

Ali che vogliono volare

La porta è chiusa

Bisogna forzarla

Bisogna vederti amor mio,

Sia bella come te, la vita

Sia amica e amata come te

 (Nazim Hikmet)

belladonna

E come per incanto, tra fastidiosi piovaschi e qualche raggio di sole, splendida e superba, tu belladonna mi hai stregato.  

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Quando Amarilli mostra, bella ed elegante,

Il ricco suo splendore fiammeggiante,

Nasconde il capo con modestia il giglio;

Sembra la prima aperta con orgoglio

A conquistar dell’occhio umano il guardo,

Che il bello coglie ratto come un dardo.

Eppure invan l’onore è conquistato,

Poiché presto il suo corso è terminato:

Essa sboccia, fiorisce, langue, spira.

Ora la sprezza l’uomo e più non l’ammira.    

L’amarillide trae il suo nome da Amarilli, personaggio femminile di cui si parla in un’opera di Virgilio e tale nome proviene da una parola “greca” che significa “abbagliante”. La specie si chiama Belladonna. Nel linguaggio dei fiori rappresenta sia l’alterigia sia l’orgoglio, forse perché è un fiore difficile da coltivare, ma una volta fiorito eclissa tutti quelli intorno. La bellezza dell’Amarillide ha però vita breve.  

Profumo di mare


Il mare profuma le strade dell’isola, oggi: il maestrale apre i pori della pelle, lava la faccia alle case, spacca le onde e la rotta. A terra, aspettando che la forza del vento si consumi.

 Emil Cioran, da “Quaderni”